4 agosto 2026
Effimero o eterno: non è lo stesso
4 agosto 2026
Effimero o eterno: non è lo stesso
Con: Maurizio Cattaneo, Sabrina Ferrero, Roberto Camporesi, Michele Di Sivo, Francesco Panza, Adolfo Arata, Walter Bignami, Antonio Romano.
L'incontro si è aperto ponendo al centro una riflessione profonda sul valore del tempo e delle risorse, interrogandosi su come la nostra società sia progressivamente passata dall'idea di oggetti pensati per durare alla logica dominante dell'effimero. Oggi l’obsolescenza psicologica, guidata da dinamiche di mercato e da strategie industriali orientate al consumo rapido, ci spinge a considerare la sostituzione come la regola e la riparazione come un'eccezione straordinaria. Per comprendere e contrastare questo fenomeno occorre analizzare le tre diverse modalità con cui si manifesta la fine della vita utile di un bene.
La prima modalità è la prescrizione, ossia la fine dichiarata e oggettiva, come la data di scadenza o il termine della garanzia legale, la quale segna semplicemente il disimpegno del produttore e non la reale fine fisica dell'oggetto. La seconda è la decadenza, cioè il lento e naturale deterioramento delle cose sotto l'azione del tempo; un processo in cui il presidio costante rallenta il degrado, mentre l'incuria ne accelera la fine. Infine vi è la perenzione, la forma più dannosa, che rappresenta la morte per abbandono o disinteresse sistemico. Questo avviene quando un bene ancora integro smette di funzionare perché intorno a lui è stata smantellata la filiera di supporto, a causa della mancanza di ricambi, di tecnici riparatori o di aggiornamenti software.
La manutenzione civica agisce proprio per prevenire la decadenza e la perenzione. Questo approccio non significa semplicemente rattoppare un guasto, ma applicare la prevenzione attiva, l'ammodernamento e la riqualificazione. Significa promuovere fin dal disegno originale il cosiddetto Design for Maintenance, ovvero la progettazione orientata alla manutenibilità, e valorizzare il concetto di miniere urbane, recuperando materiali critici e preziosi dai rifiuti tecnologici anziché estrarne continuamente di nuovi dalla terra.
Quando lo sguardo si sposta dagli oggetti personali alle infrastrutture pubbliche come strade, acquedotti ed edifici storici, si innesca un paradosso insidioso: poiché siamo convinti che le opere pubbliche siano state create per durare in eterno, finiamo per non curarle nell'immediato. L'effetto di questa illusione di immortalità è sotto gli occhi di tutti, come dimostra il dato critico relativo alle reti idriche italiane, dove si perde in media oltre il 42% dell'acqua potabile prima ancora che arrivi ai rubinetti delle nostre case. Non si tratta di un errore di progettazione originario, ma dell'effetto diretto di decenni di manutenzione ordinaria sistematicamente rinviata.
Come ricordava già Carlo Cattaneo nel 1839, una nazione con una storia antica e stratificata come l'Italia ha il dovere civile della conservazione. La manutenzione, in questo contesto, supera il semplice valore economico o funzionale: essa conserva la memoria, l'identità e la continuità storica di una comunità, evitando che le nostre città finiscano per trasformarsi in luoghi improvvisati e privi di radici.
Il passaggio cruciale dal pensiero all'azione è stato testimoniato dall'intervento di Roberto Camporesi, che ha illustrato la misurazione reale della Carbon Footprint del proprio nucleo familiare e della propria mobilità. Poiché i consumi domestici e i trasporti rappresentano da soli tra il 50% e il 65% delle emissioni complessive di una famiglia, Camporesi ha pianificato e realizzato una vera e propria agenda di interventi a lungo termine, sviluppata tra il 2012 e il 2030 tra la prima casa a Forlì e la casa al mare a Milano Marittima.
Il percorso ha riguardato innanzitutto l'involucro e l'isolamento termico, attraverso la realizzazione del cappotto, l'isolamento del tetto, della cantina, dei cassonetti e la rigenerazione degli infissi esistenti. Successivamente si è passati all'elettrificazione e all'uso di fonti rinnovabili, con l'installazione e l'ampliamento di impianti fotovoltaici dotati di batterie di accumulo e wall-box, oltre alla sostituzione delle cucine a gas con piani a induzione. Infine, l'efficienza termica e la mobilità sono state completate con la transizione dalle caldaie tradizionali alle pompe di calore e con il passaggio all'automobile elettrica, fissando l'obiettivo di azzerare le emissioni di anidride carbonica entro il 2030.
Questa esperienza dimostra che la vera sostenibilità richiede una visione strategica a lungo termine, la stessa che spesso manca alla politica di breve periodo, condizionata dall'instabilità normativa e dalla rincorsa del consenso immediato.
Durante la discussione, Michele Di Sivo ha rimarcato la necessità di intendere la manutenzione come una vera e propria forma di cura del territorio e dell'architettura. In particolare, sono state evidenziate le criticità di certe pratiche urbanistiche attuali che utilizzano materiali non drenanti, rimuovono il verde pubblico e alimentano l'effetto isola di calore, accanto a una gestione talvolta inefficiente dei fondi PNRR, destinati a demolizioni non necessarie piuttosto che a una profonda riqualificazione energetica.
Sempre sul fronte del recupero delle risorse, Walter Bignami ha portato l'esempio della dispersione termica delle acque termali a Bagno di Romagna, attualmente scaricate nei fiumi previa refrigerazione invece di essere valorizzate tramite scambiatori di calore, a causa di blocchi decisionali e burocratici tra gli enti locali. Per recuperare un governo efficace del territorio diventa quindi fondamentale riprendere l'idea dei laboratori di quartiere e delle comunità di gestione, assegnando risorse e responsabilità dirette ai cittadini per la cura e la manutenzione ordinaria degli spazi pubblici.
L'analisi sociologica curata da Francesco Panza e gli interventi di Sabrina Ferrero, Adolfo Arata e Antonio Romano hanno evidenziato come la crisi della manutenzione sia innanzitutto una crisi culturale. Nel dopoguerra si è verificato un profondo mutamento: siamo passati da una cultura contadina e rurale, basata sul mutuo soccorso e sulla cura condivisa del territorio, a un'eccessiva delega verso lo Stato. Questo processo ha indebolito il senso di appartenenza e la responsabilità individuale in favore di un marcato individualismo.
Al contempo, Maurizio Cattaneo ha fatto notare come le amministrazioni pubbliche spesso temano l'organizzazione autonoma dei cittadini, vedendo nei comitati territoriali una fonte di critica anziché una risorsa di gestione partecipata. Il cambiamento, tuttavia, non può essere atteso passivamente dall'alto; deve essere costruito attraverso la resilienza e piccole sperimentazioni dal basso, superando il senso di rassegnazione e l'isolamento dei cittadini attivi.
In conclusione dei lavori, il gruppo ha definito una serie di impegni concreti per i prossimi mesi. A partire da settembre 2026 verrà organizzato un ciclo di incontri pubblici nei Comuni del territorio, accompagnato da un appuntamento di lavoro conviviale per approfondire i temi del recupero del calore e della manutenzione sistemica.
Un'attenzione particolare sarà rivolta al coinvolgimento giovanile, avviando contatti con i docenti dei licei locali per coinvolgere direttamente gli studenti e invitando i giovani a partecipare attivamente ai futuri incontri.
Infine, il gruppo promuoverà una maggiore rappresentanza femminile al proprio interno e orienterà il prossimo seminario al tema della sicurezza, intesa sia come prevenzione degli infortuni sul lavoro sia come protezione e tutela della comunità.
Il prossimo incontro è lunedì 10 agosto, ore 20:30 (anticipato rispetto al consueto martedì).
Tema: Igea e Panacea — due filosofie opposte.
Per partecipare: cattaneom@gs-m.it